Era una fredda mattina di gennaio. Avevo lasciato i bambini a scuola e avevo appena rimesso in moto la macchina. Alla radio il deejay aveva appena smesso di dire qualcosa di importante, che non avevo colto del tutto. Ed è partita Life On Mars? una delle più belle canzoni di tutti i tempi. Ma quella mattina era ancora più struggente. Avevo appena capito che era morto David Bowie. Era il 10 gennaio del 2016, erano dieci anni fa. E lo sconforto aveva preso chi amava il Duca Bianco, ma in fondo chiunque amasse la musica. Ma nel giro di qualche ora, tra i fan, è nata una sorta di serenità collettiva. Una specie di consapevolezza. L'idea che David Bowie non fosse morto, ma che fosse semplicemente tornato dal posto da cui era venuto, per portare sul nostro pianeta la musica, l’arte, la cultura, la curiosità. L’Uomo delle Stelle, l’Uomo che cadde sulla Terra era soltanto tornato a casa, al suo pianeta. E da lì continua a guardarci. Forse gli manchiamo. O forse no. D’altra parte ci aveva avvisato con Lazarus, uno dei singoli tratti dal suo ultimo album, Blackstar. Con quelle parole, “Look up here, I’m in heaven / I’ve got scars that can’t be seen”. “Guarda in alto, sono in paradiso / Ho delle cicatrici che non si possono vedere”. E con quel video evocativo, su un letto d’ospedale, bendato ma con dei bottoni a rappresentare gli occhi. Ascoltare Lazarus, e tutto l’album Blackstar, allora, è stato doloroso e catartico. E lo è ancora.David Bowie ci manca tantissimo. Anche se è sempre con noi. Un ottimo modo per ricordarlo è "I Can't Give Everything Away" (2002-2016), il sesto di una serie di cofanetti che ripercorrono la carriera di Bowie dal 1969. È l’occasione per tornare ad ascoltare tanta musica di uno degli artisti più amati e geniali della storia della musica. E anche di provare a rispondere a una domanda: chi è stato davvero il David Bowie degli anni Duemila?Il Bowie dei Duemila: prima e dopo il 2004Sì, la domanda è lecita. Perché il David Bowie post 2000 è solitamente trascurato. Tutti si concentrano sui capolavori della sua carriera, rimasta brillante e creativa fino a tutti gli anni Novanta. E poi sul suo canto del cigno, Blackstar, l’album dell’addio, uscito poche ore prima della sua scomparsa, quasi che fosse l’ultimo colpo di scena studiato da un grande artista. Un po’ tutti danno per scontati i dischi usciti nel frattempo. Certo, tranne Blackstar, probabilmente non sono i suoi capolavori. Forse tra le canzoni uscite in quel periodo non c’è nessuna che è diventata un vero classico. Eppure la carriera di Bowie è continuata ad altissimi livelli. Il viaggio di David Bowie nel nuovo millennio è però diviso in due parti. Gli anni dal 2000 al 2004, con gli album Heathen, del 2002, e Reality, del 2003. E quelli dopo. Il 25 giugno del 2004, infatti, nel mezzo del bellissimo A Reality Tour, dopo il concerto all'Hurricane Festival di Scheeßel, vicino Berma, Bowie venne ricoverato d'urgenza ad Amburgo per il grave blocco di una coronaria e operato. Il tour fu sospeso. E da quel momento iniziò una pausa lunga, lunghissima, una vera e propria scomparsa dalle scene (se non per qualche apparizione sporadica e qualche film) che aveva fatto pensare a tanti al ritiro. E poi ci fu il ritorno, a sorpresa, con The Next Day, nel 2013. E poi Blackstar, l’album dell’addio, che ormai è storia. Si tende a sottovalutare questa parte della sua carriera. Si è parlato di un Bowie meno coraggioso, meno spinto a sperimentare, diretto verso suoni più classici e rassicuranti. Eppure in quegli anni c’è stata ancora tanta grande musica, una classe innata. Due tour da ricordare, come A Reality Tour, e il tour di Heathen, in cui recuperava Low, il suo grande disco del 1977, il primo della Trilogia Berlinese. E poi il suo testamento, Blackstar.Heathen: il ritorno con Tony ViscontiHeathen del 2002 è stato l’album con cui Bowie è tornato a lavorare con Tony Visconti – lo storico produttore di Low, “Heroes”, Lodger e Scary Monsters - dopo ventidue anni. È stato registrato in uno studio residenziale nello stato di New York, lontano dalla città, che a Visconti ricordava il periodo trascorso con David a Berlino negli anni Settanta. "Non c'era una sala di controllo. La console era a un'estremità dello studio e la band era posizionata all'altra estremità. L'acustica era piuttosto live e, grazie alla mia esperienza di registrazione di "Heroes" agli Hansa Studios di Berlino, nell'enorme Grand Hall (conosciuta come sala di registrazione Meistersaal), volevo che quell'acustica funzionasse per noi". I temi di Heathen sono un mondo senza Dio, “la preoccupazione per il futuro di mia figlia”, come dichiarò Bowie all’epoca, un senso di cupezza influenzato anche dall’attentato dell’11 settembre 2001, avvenuto mentre Bowie stava registrando il disco fuori New York. Heathen è anche un disco poderoso, dal suono denso, potente, con tocchi di elettronica che arricchiscono sonorità decisamente rock. Bowie sembra aver voluto chiamare a raccolta il passato e il presente dei chitarristi. In Slow Burn c’è la chitarra di Pete Townshend degli Who, che aveva suonato già in Because You’re Young da Scary Monsters, e rende quel brano inconfondibile. Ma ci sono anche Dave Grohl dei Foo Fighters, che fa un assolo in I’ve Been Waiting For You e lo storico sodale di Bowie Carlos Alomar. Una canzone che doveva essere nel precedente album, Toy, mai uscito fino al 2021, Uncle Floyd, diventa Slip Away, una ballata che riesce a cogliere le classiche atmosfere di Bowie senza per forza dover far rivivere le glorie del passato. Nel successivo A Reality Tour, con le parole che scorrevano sugli schermi come in un karaoke, è diventata uno show stopper. E, ascoltandola nel disco 2 del cofanetto, che riproduce l’intero concerto di Montreux del 2002, in mezzo a classici come Life On Mars? e Starman, non sfigura affatto. In Everyone Says Hi!, un’altra canzone pessimista al di là dell’apparenza allegra, appaiono nei cori delle reminiscenze di Absolute Beginners. Non è facile confrontarsi con i magniloquenti album del passato, ma all’epoca Heathen fu accolto con grandi consensi. E possiamo dire che sia un ottimo album.Reality: l’album da suonare liveReality, del 2003, inizia dove finisce Heathen. David Bowie infatti iniziò a scrivere le canzoni per l’album appena finite le sessioni del disco precedente. In cabina di regia c’è ancora Tony Visconti, che ricorda: "David disse che voleva scrivere per la sua nuova band in tour, che avrebbe anche registrato l'album", conferendo al disco un suono più "vigoroso", come lo definì Bowie all'epoca. Se i suoni sono più diretti, anche il senso dell’album è più “terreno”. “Sento che la realtà è diventata qualcosa di astratto per così tante persone negli ultimi 20 anni” aveva dichiarato. “Le cose che consideravamo come verità sembrano essersi appena dissolte, ed è quasi come se pensassimo post-filosoficamente ora. Non c'è più nulla su cui contare. Nessuna conoscenza, solo l'interpretazione di quei fatti che ci bombardano ogni giorno. La conoscenza sembra essere stata lasciata indietro e c'è la sensazione che siamo alla deriva in mare aperto. Non c'è nient'altro a cui aggrapparsi e, naturalmente, le circostanze politiche spingono sempre più al largo quella barca”. Reality forse è un disco meno a fuoco del precedente (tra le canzoni da ricordare ci sono New Killer Star e Never Get Old) ma quella band poi si mise poi in tournée per A Reality Tour, uno dei tour più amati della carriera di David (che viene qui presentato per la prima volta in un ordine risequenziato per riflettere meglio le scalette dei concerti di Dublino).The Next Day: il grande ritornoEra un Bowie scintillante, in gran forma quello di A Reality Tour. Eppure, quella sera in Germania, in un attimo tutto cambiò. Per dieci anni non abbiamo saputo niente, o quasi, di David Bowie. Lo abbiamo visto ospite in alcuni concerti, molto raramente, in alcuni film (tra cui The Prestige di Christopher Nolan, in cui interpretava Nikola Tesla) e poco altro. Tanto che Rolling Stone Italia, nel 2012, uscì con una copertina che titolava “Che fine ha fatto David Bowie?”, provando a cercare sue tracce a New York. Poi, dieci anni dopo lo stop, ecco The Next Day, uscito a sorpresa, con una gioia immensa per i fan e chiunque ami la musica. In regia c’è ancora Visconti, che, su volere di Bowie, aveva lavorato in grande segretezza. "Ci siamo ripromessi di non dire a nessuno che David e noi stavamo lavorando a un nuovo album, coinvolgendo persino i nostri partner. Il suo duplice scopo era scrivere e creare senza pressioni esterne, e voleva anche che l'uscita fosse una sorpresa totale” ha raccontato il produttore. “Tutto è andato alla grande, tranne quando è stato visto un paio di volte mentre andava e veniva dallo studio The Magic Shop a Noho, Manhattan, con sopracciglia perplesse. Una volta sono stato fermato da un fan che mi ha riconosciuto e mi ha chiesto: "David Bowie sta lavorando a un nuovo album?". Ho risposto: "Assolutamente no!". Più tardi, quando avevamo i mix grezzi dei nostri lavori, camminavo per Manhattan con un gran sorriso stampato in faccia. Nessuno poteva sapere che stavo ascoltando nuove canzoni di Bowie con gli auricolari". “Here I Am, Not Quite Dying”, “eccomi qua, non proprio morente”, canta Bowie nell’arrembante title-track che apre l’album, ed è già una dichiarazione d’intenti. La prima canzone del disco sembra uno dei brani ritmati tratti da Low o “Heroes”. E tante cose fanno riferimenti alla Trilogia Berlinese, a partire dalla copertina, che riprende quella di “Heroes”, ma con un riquadro bianco a ricoprire l’immagine di Bowie. Per arrivare a Where Are We Now?, la struggente ballad che è stato il singolo di lancio, che sembra fare riferimento ai momenti passati, a quegli anni. Quello di The Next Day è un rock dritto, essenziale, eppure con quelle melodie oblique e sfuggenti che solo Bowie sembra essere in grado di creare. È un ritorno vitale, un album che non sembra quello di un sessantenne. E poi quelle sessioni hanno prodotto così tante canzoni che quelle tracce aggiuntive, insieme a due remix, sono state incluse nel disco The Next Day Extra.Blackstar: il testamentoLa prima volta che abbiamo ascoltato Blackstar, l'ultimo album in studio di David Bowie, ancora non lo sapevamo, ma lo abbiamo capito poco dopo. Blackstar è stato il testamento di David Bowie, il suo ultimo ballo, il canto d’addio. Ma dovevamo capirlo: ha qualcosa di incredibilmente dolente, malinconico, elegiaco. È uscito l'8 gennaio 2016: due giorni dopo sarebbe arrivata la notizia della sua scomparsa. L’anima di Blackstar è tutta nella scelta di suonare con il quartetto jazz di Donny McCaslin, con cui Bowie aveva lavorato al brano Sue (Or In A Season Of Crime). "Il quartetto di Donny non era una normale jazz band, erano super musicisti allo stesso livello dei musicisti classici nelle migliori orchestre sinfoniche” ha raccontato in seguito Tony Visconti. “David mi ha detto che questa band, con Mark Guiliana alla batteria, Tim Lefebvre al basso e Jason Lindner alle tastiere, sarebbe stata la band per la registrazione di Blackstar". Ognuna delle tracce di Blackstar è stata registrata in un giorno. "La prima canzone dell'album è iniziata con ‘Tis a Pity She Was a Whore, il 7 gennaio” ricorda Visconti. “Dopo un paio di prove con David che cantava nella cabina di isolamento, eravamo pronti a partire. La prima ripresa è stata perfetta. Abbiamo detto a Donny che la ripresa era favolosa. Ci ha ringraziato e ci ha chiesto: "Qual è la prossima canzone?". Avevo dimenticato che i musicisti jazz sono esperti di una sola ripresa. Non era una cosa normale per chi fa musica rock e pop. Di solito ci vogliono molte ore per ottenere una ripresa così buona. Per sicurezza, abbiamo chiesto un'altra ripresa e Donny ha acconsentito". La canzone in questione ricorda alcuni brani di Black Tie White Noise, l’album di Bowie degli anni Novanta. Altre sembrano riportare ad alcuni brani minori del Bowie degli anni Ottanta (quella Dollar Days che richiama la meravigliosa This Is Not America). L’apice dell’album è la struggente Lazarus, in cui su una chitarra e un basso dal sapore new wave, il sax di Caslin dipinge le note dolorose di un requiem, e le chitarre elettriche scandiscono dei tocchi da campane a lutto. Complice un video pieno di simbolismi, Lazarus è più di altre la canzone che sembra essere l’addio di Bowie. “Look up here, I’m in heaven / I’ve got scars that can’t be seen / I’ve got drama, can’t be stolen / Everybody knows me now”. “Guarda qui, sono in paradiso / Ho cicatrici che non si vedono / Ho il mio dramma, nessuno me lo può togliere / Tutti mi conoscono, adesso”. In queste parole, se lo volete, potete leggere il saluto di David Bowie. O forse non è quello che voleva dirci. E siamo noi che vogliamo intenderlo così. Perché ne abbiamo bisogno.
Dieci anni fa moriva David Bowie lasciandoci il suo ultimo e indimenticabile capolavoro, Blackstar
Il 10 gennaio del 2016 lo Starman abbandonava la Terra per tornare tra le stelle. Ma chi è stato davvero negli anni Duemila?











