"Il domani appartiene a chi lo sente arrivare".
Mai come nel caso di David Bowie uno slogan coniato per promuovere un disco, Heroes del 1977, cattura l'essenza di un artista che ha cambiato la musica e ha intercettato mode e trasformazioni sociali. L'abilità di reinventarsi e aprire a nuove possibilità di espressione sono l'eredità che resta a dieci anni dalla morte e ne fanno un'icona senza tempo che continua ad affascinare. A Londra gli è stata da poco dedicata una mostra permanente e ci sono in uscita un documentario della Bbc e il nuovo libro di Paul Morley, uno dei biografi più autorevoli del rock.
David Robert Jones è il vero nome di David Bowie che nasce a Londra l'8 gennaio 1947 e muore a New York il 10 gennaio 2016, dopo una battaglia contro il cancro. Col suo stile e gli occhi di colore diverso risultato di una scazzottata giovanile, ha attraversato cinque decenni di carriera e hit partendo da piccole band nei primi anni Sessanta per arrivare a Space Oddity, il brano usato dalla Bbc nel 1969 come sigla dell'allunaggio. Il grande salto arriva con Ziggy Stardust, glam rock e un invito alla fluidità sessuale, poi Aladdin Sane consacra l'iconica immagine del fulmine sul volto tuttora copiato da tanti. Negli anni '70 l'altra maschera, il Duca Bianco, tra sintetizzatori e silenzi capta in una Berlino ancora divisa in due vibrazioni che ancora non si percepivano. Negli anni '80 arriva il successo degli stadi con Let's Dance e la partecipazione al Live Aid, negli anni '90 la sperimentazione elettronica e l'hard rock nel gruppo Tin Machine. Poi nei primi anni Duemila, in piena maturazione artistica, durante un tour Bowie ha un problema al cuore e si ritira dalle scene dedicandosi quasi esclusivamente alla vita familiare con la moglie Iman e la loro figlia Lexi.










