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Non solo per l'acquisto delle barche ma anche per "rafforzare una pratica politica dal basso contro blocco, apartheid e colonizzazione"
Da settimane è partito il tam tam mediatico per la partenza della nuova Flotilla, che è prevista nei prossimi mesi, presumibilmente marzo o più realisticamente aprile. È stata annunciata come la missione civile più partecipata di sempre: si parla di 3mila imbarcati e di 100 barche che sono pronte a raggiungere Gaza, ovviamente consapevoli che verranno bloccati dalla marina israeliana, condotti nello Stato ebraico, lì arrestati e poi rimpatriati. Nulla di diverso rispetto a quanto già accaduto nelle volte precedenti. Ma ci riprovano e ora chiedono anche soldi per questa missione, con un obiettivo specifico: 500mila euro, che vengono chiesti per "dare il via alla prossima missione".
Con questa campagna, dicono, "ci assumiamo una responsabilità politica diretta: costruire il prossimo passo senza delegare altri, trasformando la solidarietà in capacità concreta di azione". A cosa serviranno questi 500mila euro? Lo spiegano bene per punti: "Organizzare la prossima Flotilla, sostenere direttamente la popolazione di Gaza, rafforzare una pratica politica dal basso contro blocco, apartheid e colonizzazione". In concreto, questo mezzo milione di euro non è destinato solo alla missione in mare ma anche a obiettivi piuttosto generici, poco dettagliati, quasi aleatori.






