Due anni fa, i Paesi di tutto il mondo si sono dati l’obiettivo di “effettuare una transizione per dismettere i combustibili fossili nei sistemi energetici in modo giusto, ordinato ed equo”. Il piano implicava di triplicare la capacità di produzione energetica da fonti rinnovabili e di raddoppiare l’efficienza energetica entro il 2030 – aspetti fondamentali per rallentare il riscaldamento del clima, considerato che il settore energetico è responsabile del 75 per cento circa delle emissioni globali di CO2 che stanno surriscaldando il pianeta.
Il mondo sta facendo passi avanti: nel 2024 più del 90% della nuova capacità di produzione energetica è arrivato da fonti energetiche rinnovabili e nel 2025 si è assistito a una crescita analoga.
Nonostante questo, anche la produzione di combustibili fossili continua ad aumentare e adesso gli Stati Uniti – il più grande produttore al mondo sia di petrolio sia di gas naturale – stanno esercitando pressioni in modo aggressivo per spingere i Paesi a continuare ad acquistare e usare i combustibili fossili.
A novembre, quando i leader e i negoziatori mondiali si sono trovati a Belém, in Brasile, alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2025 (Cop30), la transizione energetica non avrebbe dovuto essere l’argomento principale, ma è rimasta al centro di tutto dall’inizio alla fine e ha richiamato l’attenzione sul dibattito geopolitico in corso sull’energia nel mondo reale e sulle poste in gioco.






