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11 GENNAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 9:09

Non solo quello che è successo in Venezuela. Anche ciò che sta accadendo in Iran, dove le proteste di massa contro il regime degli ayatollah crescono d’intensità giorno dopo giorno, mostra plasticamente una spaccatura: quella tra Stati Uniti e Cina. L’attivismo, quando non la vera e propria schizofrenia, del presidente Usa Donald Trump rappresenta un elemento di novità che non può essere sottovalutato e che ha influenza sui vari teatri che vedono Washington e Pechino faccia a faccia.

Potrebbe essere una provocazione, ma Trump ha abituato ad azioni repentine: il presidente Usa ha minacciato di intervenire militarmente qualora il regime iraniano ordinasse una repressione violenta delle proteste che scuotono la Repubblica Islamica. Minacce rimandate al mittente dalla Guida Suprema, Ali Khamenei, a cui ha fatto eco la Cina che si è espressa molto duramente contro le possibili interferenze esterne. Per Pechino l’instabilità nel Paese è già di per sé un problema, ma se lo scenario di un intervento statunitense dovesse concretizzarsi, la situazione potrebbe diventare ancora più complessa. Il motivo è presto spiegato: la domanda interna cinese di petrolio è soddisfatta per il 70% dalle importazioni, con la Russia a farla da padrona e l’Iran è tra i fornitori principali. Che non si trova nelle classifiche ufficiali, perché le forniture avvengono molto spesso in maniera opaca attraverso Paesi terzi, come la Malesia, e utilizzando le ormai famose “flotte fantasma“. Un canale di approvvigionamento a basso costo molto utile per far trottare l’economia del Paese asiatico e a cui sarebbe difficile rinunciare.