Siamo nel millennio scorso, esattamente negli anni 70, quando il cantautore Giorgio Gaber ricordava che la libertà è partecipazione. La politica è sporca, la politica non mi interessa, perché è la politica degli affaristi e quella dei riti elettorali. O tu fai la politica o la politica ti fa, dicevamo coi giovani in Costa d’Avorio alla fine degli anni 80. C’era un partito unico perché unica sembrava la via per uscire dalla colonizzazione. Bastava unire gli sforzi e non perdere tempo con discorsi, dibattiti e ideologie peregrine imprestate altrove. Bastava il liberalismo capitalista e la promessa dello sviluppo agognato dalla banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. La democrazia del Capitale arrivò coi Piani di Aggiustamento Strutturale, contrabbandati come democrazia occidentale vincente. Anche se tu non ti occupi di politica non temere perché lei si occuperà, senz’altro, di te.
Che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà. Continua così la canzone di Gaber degli anni 70 che ha tradotto e anticipato la deriva nella quale si è impantanata la democrazia, svenduta per la circostanza ai facoltosi ‘parvenus’ del momento. Chi scrive era in quegli anni operaio metalmeccanico e le assemblee dei lavoratori erano incentrate, appunto, sulla partecipazione. Si ambiva al controllo dei ritmi di produzione e a quello della salute sul lavoro con la partecipazione degli operai nel progettare vie alternative e più compatibili con un lavoro sicuro e degno. Tutto spazzato via in pochi anni quando anche i sindacati, divisi da ideologie, collusioni col potere e scollamento dai lavoratori, sono diventati parte del sistema. La delega si è trasformata in graduale ripiego nel privato e il nome ‘riflusso’ ben dipingeva l’accaduto.






