Per decenni, la vita di Mark Lemley, avvocato specializzato in proprietà intellettuale, è stata abbastanza regolare. Docente all’Università di Stanford, è stato consulente di Amazon, Google e Meta. "Mi è sempre piaciuto il fatto che il settore in cui opero sia in gran parte apolitico", mi dice. Senza contare che i suoi valori di orientamento democratico si allineavano perfettamente con quelli delle aziende che lo avevano assunto.
Ma, a gennaio dello scorso anno, Lemley ha fatto una mossa dalla quale non si torna indietro. "Mi sono interrogato su come rispondere alla discesa di Mark Zuckerberg e di Facebook nella mascolinità tossica e nella follia neonazista", ha scritto su LinkedIn. "Poi mi sono rifiutato di avere Meta come cliente". Questa è la Silicon Valley di oggi. Zuckerberg, oggi 41enne, si è trasformato in un fan delle arti marziali miste, non si preoccupa più di tanto dell’hate speech sulle sue piattaforme e si lamenta del fatto che l’America corporate non sia abbastanza virile. Ha smesso di fare fact-checking sulle notizie e iniziato a frequentare Mar‑a‑Lago, la residenza in Florida del presidente statunitense Donald Trump. E non si tratta solo di Zuckerberg: un’intera schiera di miliardari ha mostrato di anteporre le fortune delle proprie aziende al benessere della società.






