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Poco più di un anno fa un tribunale di Santiago del Cile revocò l’autorizzazione a Google per la costruzione di un grande data center nelle vicinanze della città. I server – cioè i computer che avrebbe ospitato al suo interno – sarebbero stati utilizzati per addestrare i modelli di intelligenza artificiale (AI) dell’azienda, ma il progetto aveva suscitato grandi preoccupazioni per il consumo di acqua dovuto ai sistemi di raffreddamento, in un’area interessata da circa quindici anni consecutivi di siccità.
Mentre Google si impegnava a rivedere i propri piani, la notizia fu raccontata da molti giornali e da associazioni ambientaliste come caso emblematico dell’impatto idrico di un settore in rapida crescita come quello delle intelligenze artificiali.
Non si sono mai costruiti così tanti data center grandi e potenti come nell’ultimo periodo e il loro impatto ambientale è al centro di un acceso dibattito, sia per quanto riguarda l’uso di elettricità sia di acqua. Ma mentre il primo può essere stimato con una certa precisione grazie ai dati sul consumo energetico delle infrastrutture, il secondo è spesso più difficile da quantificare, perché dipende da molte variabili: il tipo di sistema di raffreddamento adottato, la localizzazione geografica, la disponibilità di risorse idriche e le pratiche di gestione impiegate dalle singole aziende.






