PORTO VIRO/PORTO TOLLE (ROVIGO) - C'è chi misura i traguardi in secondi e chilometri, e chi invece li riconosce dal battito accelerato del cuore. Per Angelo Motta, classe 1985, originario di Scardovari e residente a Porto Viro, il giorno in cui ha portato la fiamma olimpica delle Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026 resterà per sempre inciso come «il giorno più bello della mia vita».

Lo dice senza esitazioni. Una frase che racchiude tutta l'intensità di un'emozione coltivata fin dall'infanzia e finalmente diventata realtà. Podista appassionato, segretario del Gruppo Podisti Porto Tolle "Daniele e Nano Laurenti" e vicepresidente della Fidal Rovigo, Motta è stato scelto come tedoforo per un gesto di fair play compiuto anni fa alla Maratona di Valencia, quando si fermò a soccorrere un corridore in difficoltà a pochi metri dal traguardo.

«La parola d'ordine della giornata è gratitudine - afferma -. Gratitudine per essere stato selezionato. È vero che il tutto è nato da un mio gesto di fair play sportivo, ma niente è scontato. Come ha detto Carlo, uno dei ragazzi gentilissimi dell'organizzazione, non eravamo capitati lì, oggi eravamo lì perché siamo stati scelti».

Il suo tratto di corsa si è svolto nel cuore di Ravenna. «Gratitudine per aver potuto realizzare il mio sogno di quando ero bambino. E chi mi conosce sa quanto in questi mesi io abbia avuto paura che potesse succedere qualcosa, qualsiasi cosa, che me lo potesse togliere». Non un percorso qualunque: la fiamma ha attraversato luoghi simbolo della città, trasformando pochi minuti di corsa in un passaggio carico di significato: «Gratitudine per essere capitato nel tratto che, quando ho saputo di essere a Ravenna, speravo mi capitasse. Ho portato il sacro fuoco di Olimpia fin sulla soglia della Basilica di San Vitale; ho acceso la fiaccola della tedofora dopo di me, sul prato del Mausoleo di Galla Placidia». Intorno, il calore delle persone. Amici partiti dal Delta, familiari collegati da casa, volti sconosciuti uniti dalla stessa emozione. Poi il momento più intimo, quello che resta inciso nella memoria più di ogni fotografia. «È un'emozione che non riesco a raccontare. Non riesco a farvi capire cosa ho provato. Nel momento in cui la tedofora prima di me ha acceso la mia fiaccola, toccandola con la sua, eravamo solo io e la torcia».