C’è un nesso, scomodo per molti ma nitido per chi ha onestà di osservazione e di analisi, fra il messaggio di Capodanno del presidente della Repubblica, privo di ogni riferimento al fascismo e all’antifascismo, il totale apprezzamento espresso immediatamente dalla premier Giorgia Meloni e il richiamo alla necessità di una “vera pacificazione nazionale” fatto dalla stessa Meloni appena appresa la notizia dell’aggressione subìta, per fortuna senza morti come invece nello stesso posto romano 48 anni fa, da giovani di destra che volevano ricordare quella tragedia incollando qualche manifesto. Un’aggressione a freddo come quello stagionale, diciamo così, dettata dalla solita convinzione che tutto sia e debba rimanere come prima. Che anche la memoria sia una colpa, e non debba essere coniugata con la “responsabilità” ricordata dalla Meloni, credo, ai suoi ragazzi ma anche ai suoi coetanei e anziani.
Questa reazione della Meloni, cari signornò della sinistra disordinatamente sparsa nel campo a larghezza variabile dell’alternativa, ne conferma il ruolo di statista che ha saputo darsi già dai primi passi a Palazzo Chigi. E che gli avversari in fuorigioco permanente, credendo di segnare gol a porta vuota, finiscono per alimentare con le prove che riescono a dare di sé stessi ogni giorno, ogni ora, su ogni piano, compreso quello internazionale, dove finiscono sempre per ritrovarsi col dittatore di turno. Non riescono a distaccarsene neppure un attimo dopo la caduta. Anzi, lo rimpiangono e ne auspicano il ritorno. Ogni riferimento al Venezuela e a Maduro non è naturalmente casuale. È, al contrario, voluto.






