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Ultimo aggiornamento: 8:07

Sinora sono stati i migranti la sua ossessione. Stephen Miller, consigliere alla sicurezza nazionale della Casa Bianca, si è dato un gran daffare per accelerare le deportazioni di massa. Per abbattere lo ius soli. Con le ultime dichiarazioni sulla Groenlandia, rivela di aver allargato lo sguardo ben oltre l’America. Lo spirito è sempre lo stesso. Il fastidio per regole e consuetudini. L’idea che il più violento vince comunque.

Solo chi non conosce davvero Miller è rimasto sorpreso dall’intervista a CNN. Per giustificare l’uso della forza contro un territorio NATO, il consulente prediletto di Trump ha detto: “Il mondo reale è governato dalla forza, è governato dal potere”. Miller è politico troppo navigato per non sapere che dal 1916 esiste un trattato con cui gli Stati Uniti riconoscono la sovranità della Danimarca sulla Groenlandia. Lo sa, appunto, ma la cosa non conta, perché “noi siamo una superpotenza” e la superpotenza fa ciò che vuole nell’emisfero che considera il “suo”.

Per anni, Miller ha mantenuto un profilo basso. Poche interviste, nessuna carica di rilievo nella prima amministrazione Trump. Il suo potere è però stato immenso. Miller è l’ideologo di estrema destra di Trump, l’architetto delle sue politiche su immigrazione, giudici, esercito nelle città. La nascita, quarant’anni fa, in una famiglia ebraica e progressista di Santa Monica, pareva destinarlo a tutt’altro. Lui ha spiegato che è stata la lettura di “Guns, Crime, and Freedom” del lobbista delle armi Wayne LaPierre a vincerlo alle cause conservatrici. Un po’ deve aver contato l’attitudine personale. Il giovane Miller rompe con uno dei suoi migliore amici, Jason Islas, perché di origini messicane. “Mi espresse il suo odio in maniera fredda e calma”, ha raccontato quello.