Stephen Miller, braccio destro di Donald Trump fin dalla campagna elettorale del 2016, speechwriter, nel primo mandato, dei principali discorsi di The Donald (compreso quello, incendiario, del 6 gennaio 2021, con la folla Maga che poi assalì il Congresso), è in forte ascesa nella squadra di governo. Candidato, tra l’altro, a succedere a Mike Waltz come consigliere per la Sicurezza: un interim per ora affidato al segretario di Stato, Marco Rubio. Del resto, anche se non ha rango ministeriale, già oggi Miller è più ascoltato dal presidente di Rubio ed è un una sorta di ministro della Giustizia-ombra. Vicinissimo a Trump fin da quando, nel 2017, Trump fece scalpore col travel ban che vietava l’ingresso negli Usa a cittadini di numerosi Paesi islamici: una misura voluta proprio da Miller. Californiano, discendente per parte di madre da una famiglia di ebrei emigrati dalla Russia zarista per sfuggire a pogrom, si batte su posizioni di estrema destra fin dagli anni giovanili. Passa con The Donald nel 2016, ma all’inizio è scettico. È Steve Bannon, stratega della prima campagna di Trump, a convincerlo che il miliardario può farcela: nasce un legame che diventerà indissolubile. Tanto che anche negli anni di Biden, Miller resterà al suo fianco per preparare la sua rivincita. Collabora anche al Project 2025, del quale diventerà testimonial. Poi la rottura con gli autori della Heritage Foundation. Appena rieletto, Trump gli affida due ruoli di punta: vicecapo di gabinetto e consigliere per la sicurezza interna. Miller è attivissimo: apripista delle idee più radicali di Elon Musk, mastino in guerra coi giornalisti, incursore nelle culture wars con quella woke dichiarata «un cancro da estirpare».