Salvate quei castagneti. Migliaia di ettari di versanti delle montagne sono 'popolati' da castagni, ma nessuno se ne cura. Eppure, potrebbero 'fruttare' molto. Con un "globale progetto di rilancio che possa guidare l'Italia nella crescita della filiera, dal frutto al legno" si potrebbe replicare quel che è "avvenuto in passato per la vite, per il nocciolo. Su queste specie si sono costruite due delle più importanti filiere economiche – legate all'agroalimentare d'eccellenza - del paese. Così dev'essere per il castagno oggi".
L'esortazione arriva dall'Uncem, l'unione degli enti, comuni e comunità montane e si basa sul lavoro svolto, nell'ultimo decennio, dal Centro nazionale di castanicoltura, a Chiusa di Pesio, con più università, in primis il 'Disafa' dell'ateneo di Torino: quel lavoro "ha dato risposte positive per il rilancio di centinaia di migliaia ettari di castagneti. Troppi quelli abbandonati sui versanti". Langue "uno straordinario simbolo della biodiversità italiana, appenninica e alpina", nonché una "porzione importante del patrimonio agricolo e forestale".
Cosa si può fare? è presto detto: sviluppare nuovi prodotti con legno di castagno, migliorare la produzione, trasformazione e commercializzazione del frutto, creare marchi di qualità legati al territorio di provenienza per frutti, legno e altri prodotti non legnosi, promuovere una gestione forestale attiva, ma anche una certificazione-formazione-comunicazione per tecnici, amministratori, cittadini. E questi sono anche i principali punti del 'Masterplan castagno', che Uncem affida in primis agli enti locali sovracomunali della montagna italiana. "Mentre manca il piano di settore per il castagno che il ministero dell'agricoltura ha fermo da anni", Uncem propone appunto un 'Masterplan castagno. Frutto, legno, servizi ecosistemici".






