Sono trascorsi ormai due anni da quando l'ex presidente Usa Joe Biden ha disposto il rilascio di Alex Nain Saab Moran, arrestato nel 2020 con l'accusa di corruzione internazionale e poi nominato ministro del potere popolare per le industrie e la produzione nazionale del Venezuela dal presidente Nicolas Maduro. Al suo fianco, nella veste di viceministra per la Comunicazione internazionale, la moglie romana Camilla Fabri, ex modella di 17 anni più giovane di lui. E se i guai con la giustizia statunitense si erano conclusi con un'archiviazione per l'ormai ministro due anni fa, ora è arrivata la parola fine anche alla vicenda giudiziaria che vede i coniugi coinvolti in un'inchiesta della procura di Roma per associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio internazionale, all'autoriciclaggio e all'intestazione fittizia di beni. I due, insieme ad altri tre indagati, hanno patteggiato: Saab un anno e due mesi, Fabri un anno e sette mesi.
L'inchiesta della procura di Roma era nata sulla scia delle indagini dell'Agenzia antidroga americana (Dea), secondo cui l'imprenditore colombiano era coinvolto in una vasta rete di corruzione internazionale che gli aveva permesso di ottenere dal governo di Caracas contratti commerciali di ingentissimo valore, tra cui quello per i sussidi alimentari ai poveri (noto come Clap) provenienti da Colombia, Messico e Turchia e quello per la costruzione di edifici popolari in Venezuela. L'imprenditore colombiano, naturalizzato venezuelano, è da diversi anni un uomo fidato di Maduro, prima ancora di Chavez, al quale era stato presentato come brillante imprenditore colombiano che aveva iniziato a fare affari in Venezuela. All'epoca del suo arresto, nel giugno del 2020, era ambasciatore personale del Presidente per i rapporti con la Russia e venne arrestato sull'isola di Capo Verde, dove aveva fatto scalo con il suo jet privato per fare rifornimento. Dopo aver trascorso circa quattro mesi nelle carceri capoverdiane, fu estradato negli Stati Uniti. Già prima del suo arresto era partita l'inchiesta della procura di Roma, con il sequestro nel 2019 dell'appartamento in via Condotti del valore di 4,9 milioni di euro intestato a Fabri - al suo interno i finanzieri avevano trovato certificati di possesso di circa 120 chili di oro depositati in Svizzera -, oltre a 1,8 milioni di euro giacenti su un conto di una banca italiana. Poi nel 2022 l'ordine di arresto per Saab e Fabri, ma l'uomo si trovava già in carcere negli Usa e la donna in Venezuela, dove per anni ha portato avanti una campagna contro la scarcerazione del marito. I coniugi erano considerati dai pm capitolini: «Promotori, organizzatori e gestori» dell'associazione a delinquere. Lo scopo, secondo l'accusa, era quello di «schermare, attraverso l'utilizzo di prestanome, le numerose società estere gestite da Saab Moran e di trasferire sui conti correnti e dai conti correnti di tali società le enormi somme di denaro provento dei delitti di corruzione, appropriazione di fondi pubblici e riciclaggio commessi da Saab Moran in territorio estero». Per raggiungere l'obiettivo, la 27enne romana avrebbe assoldato come prestanome i suoi familiari: il compagno di sua sorella, Lorenzo Antonelli, le zie Patrizia e Arianna Fiore, e il cognato Luis Alberto Saab Moran (tutti hanno patteggiato). Intercettata, il 25 giugno 2018, l'ex modella spiegava alla madre come sarebbe avvenuta la trasformazione delle zie in «donne d'affari», stipendiate con 5mila euro al mese e a cui sono risultate intestate una trentina di società in Bulgaria con in pancia circa 3 miliardi di euro: «Prima di tutto dovranno andare entrare da Louis Vuitton, Dior. Questi sono i completi, almeno 4 per uno, Alex vuole così». «Dovranno fare Dubai, Singapore, Cina, Austria, Turchia», precisava la 27enne.










