Che i soldi da soli non fanno la felicità è un adagio tanto abusato quanto indagato. Nel 1974 l’economista statunitense Richard Easterlin lanciò il famoso paradosso della felicità: nei Paesi ricchi quando aumenta il reddito, e quindi il benessere economico, la felicità umana aumenta fino a un certo punto. Poi comincia a diminuire. Anche i due premi Nobel per l’economia Daniel Kahneman e Angus Deaton si sono posti la stessa domanda, arrivando a fissare una sorta di «soglia della felicità»: 75mila dollari l’anno. Raggiunta quella cifra, essere oppure no soddisfatti della propria vita non è più una questione di denaro.
Nello studio “Misery at the Top? Income Reversals in Subjective Well-Being in High-Income Economies” firmato dall’economista Nikolaos Antonakakis e dal neuroscienziato Luca F. Ticini e basato su 155 Paesi dal 2005 al 2023 il fenomeno viene chiamato misery at the top, da tradurre con «miseria in cima alla classifica».
La prima soglia significativa da raggiungere nei Paesi avanzati sta intorno ai 14mila dollari l’anno. Da lì in su il benessere migliora stabilmente. Arrivati a circa 70mila dollari l’anno, non si migliora anzi si peggiora. Ma perché? Secondo i risultati della ricerca di Antonakakis e Ticini ha a che fare con «valutazione cognitiva della vita» ed «emozioni positive quotidiane». La valutazione cognitiva della vita riguarda il giudizio complessivo che le persone danno della propria esistenza. Non ciò che provano in un dato momento, ma il senso generale di soddisfazione e riuscita. Ai livelli di reddito più alti questo giudizio tende a deteriorarsi «perché le aspettative crescono più rapidamente delle realizzazioni». Così un traguardo a lungo sognato si trasforma rapidamente in uno standard minimo, soprattutto se via via il confronto si fa con persone sempre più ricche e performanti. Anche successi oggettivi possono essere vissuti come insufficienti, alimentando così «una sensazione di rincorsa permanente e di mancanza di senso».








