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Dalia Gubbay era in Svizzera la notte di Capodanno. Ora lì c'è anche l'organizzazione formata da uomini che "salvano chi possono e che riconoscono i corpi di chi non ce l’ha fatta"

Sono a casa, a Milano. Non respiro. Non so cosa ci faccio qui. Certo, certo, non ho dimenticato. Andare avanti, trovare un nuovo percorso: l’ho scritto solo poche ore fa. Ma come si fa. Mi pare di aver tradito quel luogo, segnato per sempre da un destino senza appello.

Non che facessi chissà cosa, in realtà. A parte aggirarmi intorno a quell’angolo di mondo divenuto all’improvviso famosissimo. Parlare con le persone. Tentare, in una sorta di interazione cosmica, di dare energia a quelle famiglie, a quei ragazzi mummificati nei letti d’ospedale. E tuttavia. Sentivo che quello era il mio posto. Almeno per un po’ ancora.