Tredici anni di guerra hanno lasciato la Siria in ginocchio. Quartieri rasi al suolo, città spopolate, infrastrutture cancellate. Oggi la Banca Mondiale, in un rapporto pubblicato il 21 ottobre scorso, stima in 216 miliardi di dollari il costo della ricostruzione: quasi dieci volte il Pil previsto per il 2024. Una cifra che racconta la portata di un conflitto che, dal 2011, ha ucciso più di mezzo milione di persone e distrutto un terzo del capitale fisso del Paese.
La caduta del regime di Bashar al-Assad, avvenuta lo scorso dicembre dopo oltre vent’anni di potere, ha aperto una nuova fase politica. A Damasco si è insediato un governo di transizione che tenta di restituire al Paese una parvenza di normalità e di attrarre capitali esteri. La fine delle ostilità, tuttavia, non coincide con la pace: intere regioni, dal nord curdo all’est rurale, restano frammentate e sotto influenza di milizie locali o potenze straniere.
Secondo il rapporto “Syria Physical Damage and Reconstruction Assessment 2011–2024”, la guerra ha prodotto danni fisici diretti per 108 miliardi di dollari. Le infrastrutture sono state le più colpite (circa il 48% delle perdite totali, pari a 82 miliardi) seguite dagli edifici residenziali (75 miliardi) e non residenziali (59 miliardi). Le province di Aleppo, Homs e la campagna di Damasco risultano le più devastate.







