Risulta particolarmente “sul pezzo”, Stefano Massini che, subito dopo il blitz di Trump in Venezuela, porta in scena “Donald. Storia molto più che leggendaria di un golden man”: lo spettacolo, che debutta martedì 6 gennaio al Carignano per la stagione dello Stabile, vede in scena anche i musicisti Valerio Mazzoni, Sergio Aloisio Rizzio, Jacopo Rugiadi e Gabriele Stoppa. Dal libro, pubblicato da Einaudi alla scena, perché ha scelto di raccontarci Trump con tutte le sue contraddizioni?«Tutto nasce nel dicembre del 2016. Ero a New York per presentare il mio lavoro sui Lehman Brothers. Arrivo in una città ancora semi traumatizzata dalla recente elezione di Trump e sento il bisogno di capire chi sia davvero quest’uomo. Scopro così una coincidenza per me folgorante: il primo grande affare immobiliare di un giovanissimo Trump avviene proprio mentre muore l’ultimo dei fratelli Lehman. È come se si chiudesse una storia e se ne aprisse un’altra». Un passaggio di testimone simbolico?«Esattamente. Così ho iniziato a documentarmi, come sempre con tempi lunghi. Ma è solo dopo la seconda elezione di Trump alla Casa Bianca che ho pensato fosse il momento giusto per dare al lavoro forma definitiva. Con un libro e poi uno spettacolo, anche se per me il teatro resta il linguaggio più potente con cui raccontare una storia incredibile di per sé, al di là del fatto che Trump sia presidente degli USA». Che storia vedremo?«È una grande narrazione con colpi di scena, contraddizioni, virate improvvise. Ci sono i genitori, c’è lui ragazzino che poi diventa un bullo, ci sono il maestro, l’allenatore di baseball, l’avvocato e amico Roy Cohn, le mogli, le tante donne da lui considerate come prodotti, gli operai, i consigli di amministrazione. Ci sono i successi clamorosi, ma anche le bancarotte della Trump Organization negli anni ’90. Una storia vera diventa anche metafora, mito, leggenda. Un po’ come accadeva nella “chanson de geste”: c’era la realtà, ma il racconto si prendeva grandi licenze». Il Trump dello spettacolo o è quello che conosciamo oggi?«Racconto la sua vita sino al momento in cui decide di entrare in politica. Mi fermo lì. Da quel punto in poi comincia la cronaca. Io racconto il “backstage”. Ma è inevitabile che tutto ciò che precede assuma un valore politico anche rispetto all’attualità». Dopo averlo studiato, che idea si è fatto di Trump?«Lui è profondamente lontano da tutto ciò in cui io credo. Ma è innegabile che abbia una straordinaria capacità di navigare, manovrare e soprattutto raccontarsi. Oggi il racconto è fondamentale: viviamo in una società interamente basata sulle narrazioni. Trump è anche la quintessenza dell’epoca della polarizzazione. Ovvero?«Esistiamo sempre più in funzione di coloro che combattiamo. I social, nati per creare comunità, hanno invece generato tribù contrapposte. Trump traduce tutto questo in politica: è il nemico permanente. Non a caso l’attacco duro di Caracas, o quello verbale contro George Clooney, reo di avere chiesto la cittadinanza francese». Non corre il rischio di diventare una macchietta?«Come diceva Dario Fo, il potere è una gigantesca finzione che serve a nascondere la fragilità umana. Proprio per questo è sempre esposto alla parodia. Il che vale anche per Trump, che ostenta il potere come fosse un segno divino». Come vede il futuro politico di Trump?«In questo momento lui rappresenta uno degli elementi centrali negli equilibri mondiali, ma è anche più debole di quanto sembri. La sua forza ostentata nasconde una popolarità che, secondo i sondaggi, è la più bassa nella storia degli Stati Uniti, esclusa l’era Watergate. Le elezioni di midterm saranno decisive. Se dovesse perdere, come reagirebbe? Tornerebbe ad appellarsi alla massa? Direbbe che le elezioni sono truccate? La sensazione è che siamo davanti a una grande rappresentazione teatrale, una grande farsa. E il finale, questa volta, non è ancora scritto». Che reazione vuole suscitare nel pubblico?«Non voglio guidare le conclusioni. Se lo facessi, lo spettacolo diventerebbe catechesi. Io racconto e poi lascio allo spettatore la libertà di trarre le proprie conclusioni». Dopo Donald a cosa lavorerà?«A uno spettacolo intitolato “Lo Zar”, dedicato a Putin. Lo porterò anche a Torino».