“Lo sai perché l’oro è oro? Perché in chimica non reagisce, resta sempre lui, non cambia mai”. Donald Trump ha da sempre un’ossessione con l’oro, basta guardare le targhe dei suoi grattacieli e lo studio ovale, tappezzato com’è da cornici, statuine e amuleti dorati. Stefano Massini, nella sua opera teatrale Donald in debutto al Piccolo Teatro grassi di Milano, parte da questa metafora per descrivere una certa ineluttabilità che c’è nella figura di Trump. Proprio come l’oro, The Donald è rimasto uguale a se stesso, sin da quel lontano 14 giugno del 1946.

Si parte con l’album di famiglia e il passato difficile dei coniugi Trump. La mamma Mary Ann MacLoad emigrò a New York a 19 anni dalla Scozia: “Ho fatto per anni la lavapiatti, qua a Long Island agli scozzesi gli sputano dietro”. È proprio una delle cose che la accomunava a Frederick Christ Drumpf, sedicente immigrato svedese incontrato una sera in un pub. “Non sono svedese, vengo dalla Renania ma agli svedesi non sputano dietro, ai tedeschi sì, peggio che agli irlandesi“. La chimica tra i due nacque in quel frangente, si sposarono e diedero al mondo 4 bambini. Serviva però un cognome diverso, un misto tra svedese e americano. Addio Drumpf, “da ora saremo i Trump”.