«Le notizie che giungono dal Venezuela in queste ore rappresentano uno snodo di particolare delicatezza». Iniziava così la dichiarazione diffusa ieri da Luca Zaia, il primo a intervenire in Veneto. Il presidente del Consiglio regionale ha trascorso la giornata in contatto con venezuelani e oriundi, incontrati durante i tre lustri trascorsi a Palazzo Balbi.

È preoccupato?

«Questa situazione ha un impatto su tre livelli: locale per i venezuelani, internazionale per il contesto globale, italiano per la detenzione di Alberto Trentini e degli altri connazionali. Le accuse degli Stati Uniti al Venezuela sono note: sostanzialmente lo ritengono un narco-Stato. Su questo tema potremmo discutere all'infinito, ma c'è un elemento di lettura inequivocabile: centinaia di migliaia di cittadini vogliono uscire al più presto dal tunnel, imboccato prima con Hugo Chávez e poi con Nicolás Maduro, che va avanti da decenni. Sono persone che soffrono la fame, in un Paese in cui la democrazia non esiste più. I prigionieri politici sono un migliaio e il premio Nobel a María Corina Machado ne è l'esempio».

Quindi non pensa che quella degli Usa sia un'ingerenza?

«Donald Trump è intervenuto per spodestare un regime. Nella storia l'hanno fatto altri presidenti: Ronald Reagan a Grenada nel 1983, George Bush padre a Panama nel 1989, George Bush figlio in Iraq nel 2003, solo per citarne alcuni. Ieri notte a Caracas non è stata dichiarata una guerra: è stata effettuata un'operazione puntuale e chirurgica».