Il fulcro operativo resta Roma: il Centro culturale dell’ambasciata iraniana è il cuore della rete. Nella zona nord della città gli agenti opererebbero per spingere propaganda e tentare di carpire informazioni sensibili. Mentre dentro il centro culturale ci sarebbe anche un apparato cyber che monitora personaggi d’interesse, inclusi dissidenti in Italia. Le testimonianze degli esuli, infatti, convergono: pedinamenti dopo manifestazioni anti-regime e minacce o perquisizioni ai loro familiari in Iran. La triangolazione con il Venezuela, poi, è un hub documentale e logistico: identità alternative tramite passaporti e cittadinanze ottenute con dichiarazioni anagrafiche e genealogiche false, per entrare in Europa e circolare nell’area Schengen. L’Italia è il punto di arrivo «legale» con permessi per studio o asilo. In diversi casi i soggetti si presentano come cittadini afghani di lingua farsi richiedenti asilo, copertura che ridurrebbe l’esposizione ai controlli. Roma diventa, così, base di transito e riorganizzazione.
Il Mois opererebbe in Italia almeno dagli anni Ottanta, con basi a Roma, Milano, Varese, Trieste, Gioia Tauro, Bari e Napoli. Recluterebbe convertiti italiani allo sciismo e militanti dell’estrema destra e sinistra. Alcuni sarebbero stati inviati in Libano per incontrare Hezbollah, ricevere istruzioni o finanziamenti. Gli obiettivi includono l’acquisizione di tecnologie militari, identificare bersagli sensibili e monitorare oppositori.






