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Ultimo aggiornamento: 7:25

In Honduras, ancora una volta, le urne non bastano. A decidere il futuro del Paese non è solo il voto popolare, ma l’ombra lunga di Washington e di un progetto geopolitico che ha in Donald Trump il suo regista più spregiudicato.

A fine dicembre, in pieno clima natalizio, il Consiglio Nazionale Elettorale ha proclamato vincitore Nasry “Tito” Asfura, candidato conservatore del Partido Nacional, con un margine strettissimo su Salvador Nasralla, al termine di uno scrutinio caotico, interrotto più volte, con sistemi informatici in tilt e un conteggio manuale mai del tutto chiarito.

Però non si tratta solo di una questione tecnica. Per settimane, Trump è intervenuto apertamente nella campagna honduregna: endorsement pubblici per Asfura come “unico vero amico della libertà”, minacce di taglio degli aiuti se avesse perso, retorica dell’“avanzata comunista” per delegittimare gli altri candidati. In un Paese con una storia recente segnata da golpe, frodi e violenza politica, questo non è “normale” sostegno diplomatico: è interferenza diretta in un processo elettorale fragile.