Pare che la lince sia difficile da scorgere. Felino più grande d’Europa, si muove con discrezione. Il suo passo è rapido e il suo cammino è solitario. Il manto è maculato, le zampe sono grandi e le orecchie hanno ciuffi di peli che sembrano quelli di un pennello e che aiutano a sentire i rumori più flebili. La sua vista, specialmente nelle ore notturne, è considerata particolarmente acuta. Si dice che la sua sensibilità alla luce, di notte, sia sei volte maggiore di quella dell’uomo. Per un periodo la lince si estinse, per poi essere reintrodotta e comparire negli anni ’70 in Svizzera. Esistono circa 9.000 esemplari in tutta Europa, appena 5 in Italia. Rischia l’estinzione a causa della perdita del suo habitat e del bracconaggio.

Nei secoli la lince è stata simbolo di sapienza, invisibilità e soprattutto argutezza, intesa come «capacità sottile di cogliere gli aspetti più singolari delle cose». Nelle ultime settimane, in Italia, al suo volto e al suo nome, è stato accostato un ulteriore simbolo: l’abuso.

Il 2 ottobre scorso, a Bologna, nel corso di una manifestazione in solidarietà con il popolo palestinese, all’altezza di Viale Masini una persona viene colpita al volto da un lacrimogeno. Aiutata da un’amica prova a rialzarsi ma in quel momento arriva un gruppo di agenti di polizia: i manganelli le colpiscono entrambe ripetutamente sul petto, sulla testa e sulla schiena.