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3 GENNAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 9:05

“Pericolo per la sicurezza nazionale”. Con questa motivazione, negli ultimi tre mesi, decine di giornalisti internazionali, operatori umanitari, attivisti, ricercatori, politici e fotografi sono stati bloccati da Israele al valico di Allenby, al confine con la Giordania, o in altri punti di frontiera, impedendo loro di entrare nei Territori Palestinesi Occupati. I casi sono diversi. Il 17 dicembre, una delegazione canadese di circa 30 persone, tra cui parlamentari ed esperti di diritto internazionale, è stata respinta senza spiegazioni sostanziali.

È successo anche a chi scrive. “Cosa hai fatto nella Striscia di Gaza nel 2022?” la domanda che ha dato il via a sei ore di interrogatori al valico, iniziati con un primo agente di frontiera, in tenuta civile, con domande di vario genere: dove vai, dove alloggerai, motivi della visita, conosci qualcuno nel paese. L’ultimo agente (il sesto), più aggressivo dei precedenti, ha poi portato un foglio da firmare per confermare il respingimento, con conseguente rientro immediato in Giordania sul primo bus disponibile. Una decisione presa per “minaccia alla sicurezza nazionale”, senza alcuna precisa delucidazione. Prima ancora di poter chiedere chiarimenti, quindi, chi scrive è stato rinchiuso e trattenuto in un bus da solo per oltre un’ora, dopo aver discusso animatamente con i militari di fronte al checkpoint per il trattamento irrispettoso e violento. L’autobus è ripartito verso le 18:30, in direzione opposta: una donna palestinese piangeva, qualche fila dietro. Suo figlio era morto a Jenin, e lei non avrebbe potuto partecipare al funerale perché respinta.