BUCHA - Sulla fossa comune di Bucha la neve pare cadere ancora più lentamente. Alle spalle di Dmytro Hapchenko, vicesindaco della città, scorre una lunga fila di nomi. Date di nascita e di morte. In tutto 509. Sono i civili (quasi tutti) uccisi dai russi a Bucha nelle prime settimane dell’invasione. Il più giovane ha un anno, il più vecchio cento. Qui, circondati dai boschi a nord di Kiev, il silenzio è una presenza. Pare suggerire domande scomode: qual è il prezzo da pagare per la pace? Quale il suo valore per chi ha visto il nemico torturare e uccidere a sangue freddo civili inermi? Qui, dove la guerra ha mostrato il suo volto più brutale, la pace assume un significato diverso: non la si può immaginare senza giustizia.

Gli occhi grigi di Dmytro non danno risposte. Le trattengono. Il vicesindaco infine si scioglie: «Il nostro Governo sta cercando di trovare un compromesso, che non sia però sfavorevole agli ucraini. Una pace giusta. Credo che dovremmo fermare la guerra, congelare la linea del fronte e avviare trattative. Ma non concessioni territoriali. I russi hanno ucciso la nostra gente, ora vogliono uccidere la nostra nazione».

Dmytro torna con la memoria alla sera del 26 febbraio 2022, quando li vide arrivare con le tute militari blu. Dalle finestre degli uffici comunali vide i carri armati sparare contro i civili mentre rientravano a casa in macchina, in bicicletta, a piedi. «Fecero irruzione nei nostri uffici. Mi arrestarono, mi rinchiusero in un seminterrato. Siamo riusciti a fuggire in un momento di caos».