Di fronte a Norimberga si prova una sensazione rara nel cinema contemporaneo: non tanto l’emozione, quanto il pensiero. È un film che fa un servizio pubblico — soprattutto alle nuove generazioni — ricordando come nasce il diritto internazionale moderno: non come esercizio di retorica, ma come tentativo disperato di impedire che la forza si travesta da ragione.

Il processo ai gerarchi nazisti non fu un rituale di vendetta; fu, piuttosto, un esperimento morale. E come tutti gli esperimenti morali seri, mise in luce una crepa profonda che oggi ritroviamo intatta.

La crepa emerge in una delle scene più disturbanti del film, quando Hermann Göring discute con un interlocutore americano. Göring non nega i crimini. Non li giustifica. Fa qualcosa di più sottile: accusa gli Alleati di ipocrisia. Voi giudicate noi — dice in sostanza — ma avete schiacciato un bottone a Hiroshima; avete bombardato città; avete ucciso civili. Con quale diritto vi ponete su un piano morale superiore?

È un argomento potente, proprio perché è velenoso. Non mira ad assolvere il nazismo, ma a svuotare di senso qualsiasi giudizio. Se tutti sono colpevoli, allora nessuno può giudicare. Se nessuno può giudicare, il diritto non esiste più. Resta solo la forza.