Ate che, allo scoccare del nuovo anno, hai scelto di sparare i botti, sempre di più, sempre più forti.
Sono stati tredici minuti. Tredici minuti di terrore puro per tre asine: mamma Giacomina, il piccolo Mimì e la sorella Lella. Tredici minuti che a te saranno sembrati un gioco, una parentesi di euforia. Per loro sono stati una fuga senza via d’uscita.
Li ho visti correre sotto la pioggia battente, il fango che schizzava, Cercavano un riparo che non c’è da nessuna parte, una distanza impossibile da quei botti assordanti che piovevano dal cielo senza un perché. Il loro cuore batteva così forte da sembrare voler scappare dal petto. Gli occhi, sgranati, lucidi, interrogavano il buio: perché? Il pelo, zuppo d’acqua, incollato al corpo. E poi la la paura che diventa corpo: la diarrea, lo sfinimento, il tremore.
Non ha retto alla paura dei botti: cane anziano muore nel quartiere Torrione di Salerno
Io ero con loro, le chiamavo. Cercavo di tranquillizzarle. Per pochi secondi, mentre forse caricavi le nuove raffiche da sparare, sono riuscito a fermarle. Mi sono state vicino e io a loro. Le accarezzavo, urlavo per cercare di far capire che noi siamo pià forti di tutto questo, che tutto sarebbe finito presto.






