Stai utilizzando Internet Eplorer: è un browser molto vecchio, non sicuro, e non più supportato neanche da Microsoft stessa, che l'ha creato.

Per favore utilizza un browser moderno come Edge, Firefox, Chrome o uno qualunque degli altri a disposizione gratuitamente.

Dal mito del genio autistico di Rain Man alla moda dell’ADHD rivendicato sui social: come il disagio neurologico è diventato un’etichetta identitaria, alimentata da algoritmi, scroll infinito e diagnosi sempre più culturali che cliniche

Quando ero ragazzo l’autismo aveva un volto preciso e era quello di Rain Man. Autistico significava Raymond Babbitt, cioè Dustin Hoffman che contava le carte ricordando ogni numero, non capiva il mondo però era un genio. Per un periodo, culturalmente, erano tutti Raymond Babbitt, o meglio, tutti ambivamo a esserlo. Quando sentivo di qualcuno che aveva un figlio autistico chiedevo: “Wow, e che sa fare?”, e i genitori ti guardavano male, giustamente.

Anche perché non erano geni, non contavano carte, non avevano alcun talento compensatorio e le famiglie dovevano convivere con difficoltà quotidiane molto concrete. D’altra parte il cinema aveva fatto il suo lavoro: aveva creato un mito, e il mito, quando funziona, non deve essere vero.