Era un truffautiano doc Aldo Tassone, vate e voce del cinema francese in Italia, grazie al festival, France Cinéma appunto, da lui creato e diretto, che per più di vent’anni ha portato a Firenze, in una escalation davvero “formidabile”, le trame, colte e popolari, i paesaggi e le coloriture, della cinematografia cugina. Come Truffaut Aldo Tassone (Aldò per gli amici, in sintonia col suo status di eletto transalpino) amava il cinema, inteso più che come linguaggio artistico squisitamente novecentesco (la Decima Musa, la Settima Arte) come moderno strumento di conoscenza. Veicolo evoluto di dialogo e umanissima comprensione. Chi siamo e da dove veniamo e forse dove finiremo.

Amava le lettere classiche

Il cinema, nato con positivistica esultanza, alla fine consuma tutto il piacere della narrazione. Era questo per Aldò il nocciolo duro della sua intrinseca natura. Senza troppe elucubrazioni mentali e volteggi psicologici e sismografie sperimentali. Insomma dimentichiamo Godard (senza dimenticare i suoi meriti iniziatici) e teniamoci Truffaut. Come Truffaut Aldò amava le lettere. Quelle classiche. Di una volta. Aldò scriveva, riempiva fogli di appunti, spediva missive, buste costellate di francobolli, amava gli uffici postali, aspettava risposte e in alternativa, per velocizzare il gioco, usava il telefono. Meglio sfruttava fellinianamente il telefono a ogni ora del giorno e della notte. Poi scoperta, intravista come un miraggio in dissolvenza incrociata, la velocità del fax (gli impegni si infittivano, il festival si espandeva) ne restò affascinato. Ma non bastava. Doveva seguire una telefonata per assicurarsi che il fax era arrivato, letto e visto, che tutto era chiaro e nulla si era perso.