Il cappello calato di Trinità, la lama di Conan che taglia il cielo, la sabbia che inghiotte Il tè nel deserto, la silhouette di Nikita che è insieme vittima e carnefice. Tutti abbiamo camminato dentro un manifesto di Renato Casaro. Oggi che il maestro non c’è più, restano le sue immagini. «Perché questa è arte popolare, che più di così non esiste», ci confidò a Roma lo scorso ottobre, passeggiando tra i suoi «quadri» (era la mostra «Renato Casaro. L’uomo che ha disegnato il cinema», curata da Monica Vallerini). L’ultima volta che si raccontò.