Architettata la sua mossa, ogni giocatore sposta il pezzo, che sia il classico pedone o la temibile regina, poi tocca il pulsante dell’orologio. Con quel click ferma il suo timer e avvia quello dell’avversario ed è l’unico rumore che rompe la concentrazione il giovedì sera, qui al Comala di Torino, presidio socio-culturale di corso Ferrucci.
Le teste sono tutte basse sulle scacchiere, si alzano solo per la stretta di mano a fine partita. Non batte ciglio neanche chi è presente solo per assistere. Un rituale che si ripete ogni settimana da dopo il Covid, quando proprio l’isolamento imposto dal lockdown ha fatto esplodere la mania degli scacchi come soluzione alla distanza allora virtuale ma oggi più che mai fisica.
Qui nella sala accanto alla zona studio, infatti, l’appuntamento è diventato nel tempo un dialogo costante tra generazioni e culture. Si sfidano i veterani degli scacchi e i tanti giovani, per lo più universitari, soprattutto del Politecnico, presenti in massa ogni settimana.
Arrivano nel locale a pochi passi dal tribunale da ogni angolo del mondo, dalla Romania al Vietnam, dal Sud America al Kazakistan per sfidarsi alla corsa allo scacco matto, che qui è “checkmate”. Anche Hugo, come tutti conoscono Huu Khanh Truong, studente del Vietnam iscritto a Ingegneria meccanica nell’ateneo di corso Duca che racconta di come «ho iniziato a giocare da bambino ma con questa comunità qui al Comala ho scoperto anche amici. Amo Torino e queste iniziative la impreziosiscono, gli scacchi sono un linguaggio universale».






