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Lo scoglio della "seconda tappa". Serve l’addio dei terroristi alle armi

Nella reggia di Mar-a-Lago, Netanyahu ha dunque affrontato l'impossibile incontro conclusosi ieri sera: gira il palcoscenico, fuori Zelensky, Bibi è stato invitato a partecipare al grande disegno della pace mondiale, e anche qui ci sono problemi. Ma la matassa intricata degli interessi comuni e insieme delle discrepanze sull'ideale che Trump disegna per la sua biografia non sconvolge il feeling di un solido rapporto, sia fra i due che fra la democrazia americana e quella israeliana. Trump dice a Netanyahu che senza di lui Israele sarebbe stato distrutto, Bibi ribadisce Israele «non ha mai avuto un amico come il presidente Trump alla Casa Bianca».

La battaglia è comune e Israele sta in un avamposto molto pericoloso. Si è visto di nuovo un accordo strategico e ideale, le smagliature ovvie si ritessono nei giorni della guerra che l'Islam estremo impone all'Occidente. Trump sa che cosa sia Hamas, anche se vorrebbe che ormai Israele stesse più quieto. E questo è il sesto incontro, un numero incredibile, nel giro di un anno. Trump vorrebbe una pace natalizia impacchettata per la sua biografia. Ma sa bene che non è così a portata di mano. E Israele vorrebbe regalargliela, ma se non disarma Hamas e non porta tutti gli ostaggi a casa, la sua stessa esistenza diventa fragile mentre i lupi si nascondono fra le dune.