Si susseguono dichiarazioni belliciste sempre più minacciose a destra e a manca: quella del capo di stato maggiore inglese Richard John Knighton, che – per non essere da meno di quello francese che aveva già avvisato i sindaci – avvisa le famiglie britanniche di “essere pronte a mandare i loro figli in guerra contro la Russia”; o del solito Mark Rutte per il quale dobbiamo essere “pronti alla guerra come quella dei nostri nonni”, e alle contestuali abnormi spese per i riarmi nazionali dei paesi europei – benedetti anche dal presidente Mattarella, che pur essendo il garante della Costituzione che ripudia la guerra ne indica la necessità, seppur “impopolare”.

Tutto ciò fa venire in mente l’opera di Karl Kraus sulla prima guerra mondiale Gli ultimi giorni dell’umanità, nella cui premessa l’autore avvisa gli spettatori che si accingono a vederne la rappresentazione teatrale che si tratta di quei giorni e “di quegli anni in cui personaggi di operetta recitarono la tragedia dell’umanità”.

Dieci anni fa, in occasione del centenario dell’ingresso del nostro paese nell’“inutile strage”, partecipai ad una riduzione teatrale itinerante della gigantesca opera di Karl Kraus, a cura della compagnia Archivio Zeta, nello scenario del Cimitero militare germanico del Passo della Futa: una suggestiva architettura integrata nel paesaggio che custodisce i corpi di otre 35.000 giovanissimi soldati della Wehrmacht, caduti sulle montagne tosco-emiliane tra il ’43 e il ’45. Tra quelle tombe interrate furono rappresentate le sacre nozze tra stupidità e potenza, raccontate da Karl Kraus, che portarono a quella “grande guerra” che poi generò i fascismi, che provocarono la seconda guerra mondiale da cui abbiamo in eredità le armi nucleari che incombono sulle nostre teste.