Bisogna partire dalla norma, ma anche da una lunga consuetudine in materia, per misurare quanto il governo forzerà al cdm di oggi, dove sarà stabilita la data per il referendum sulla giustizia. Per portato simbolico e ricadute politiche, è la madre di tutte le battaglie. Eventuale film della vittoria: accelerata su premierato, legge elettorale e lunga campagna verso le politiche sulle ali dell’entusiasmo. Eventuale film della sconfitta: colpo micidiale per il governo. Impossibile fischiettare se ti viene bocciata la riforma più importante – anzi, l’unica – che hai varato, peraltro sulla Costituzione.
Riforma della giustizia: cosa cambia con l’ok definitivo della legge
Di qui, il calcolo di palazzo Chigi: prima si vota, meglio è, per cristallizzare nelle urne gli orientamenti attuali dei sondaggi; più si allunga la campagna, più il voto si politicizza al di là del tema dei giudici. E aumenta il rischio. Ipotesi sul tavolo, almeno finora, in una ridda di ipotesi: urne entro metà marzo, come dichiarato dal guardasigilli Carlo Nordio.
Dicevamo, la norma. Ovvero la legge 352 del 25 maggio 1970, che disciplina la materia referendaria. Prevede tre step, una volta approvata in via definitiva la legge. Primo: tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta per raccogliere le firme tramite parlamentari, cittadini, Regioni. Secondo: verifica della regolarità delle medesime da parte della Cassazione entro 30 giorni. Terzo: indicazione del voto da parte del presidente della Repubblica su deliberazione del cdm. La data si può fissare in una domenica compresa tra il 50esimo e il 70esimo giorno successivo al decreto.








