Di per sé sarebbe una normalissima, banalissima, ordinarissima causa di lavoro: epperò si fonda sulla lettura, da parte dell’azienda, delle chat interne dei suoi dipendenti e, allora, nell’era del digitale, del sempre connesso e delle piattaforme da remoto, cambia tutto. In quattro parole: sì, si può fare (l’ha appena deciso la corte di Cassazione), quei messaggi inviati tra un riunione-al-terzo-piano o questa-pratica-la-segui-tu? possono essere visti, spulciati, catalogati e impiegati per eventuali provvedimenti disciplinari. In un discorso un po’ più articolato: il caso è quello di un manager delle risorse umane di Amazon che, a Torino, deve decidere se offrire un contratto a un corriere. All’inizio sembra vada tutto per il meglio, il manager propende per l’assunzione, è quasi fatta. Poi, improvvisamente, cambia idea. Colpa di Chime, la chat aziendale di cui si serve: colpa, più nello specifico, di qualche commento scambiato con un collega di un altro ufficio che non è della stessa idea. Finisce che il corriere non viene messo tra il personale a disposizione, ma finisce anche che è proprio lui a sollevare dei dubbi sostenendo di aver subìto un trattamento ingiusto. Dopotutto la scelta di scartarlo non è stata né trasparente né lineare. È qui che la questione diventa (giuridicamente e non solo) interessante.