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Perdonare chi ha fatto morire 49 immigrati può far passare un messaggio pericoloso

Qualcuno ha affermato, a proposito della grazia concessa dal presidente Mattarella ad un cittadino libico condannato con sentenza passata in giudicato a trent'anni di galera, che la decisione è stata giusta poiché si è tenuto conto della verde età del ristretto, della sua condotta ineccepibile in carcere e del fatto che siamo nel periodo natalizio, che ci imporrebbe di essere teneri. Mi tocca esprimere alcune osservazioni. Innanzitutto, la giovane età non è, né può diventare, una scriminante morale. Tantomeno giuridica. Un crimine resta tale a prescindere dall'anagrafe di chi lo compie. E quando il crimine è grave, gravissimo, l'età dell'autore non attenua nulla, semmai aggrava la responsabilità di uno Stato che decide di assolvere o perdonare. L'idea secondo cui "se uno è giovane merita un'altra possibilità" è una scorciatoia emotiva che ci ha già prodotto danni enormi. È esattamente questa mentalità giustificazionista ad aver alimentato l'esplosione della violenza giovanile, il collasso delle carceri minorili e la diffusione di un'idea tossica di irresponsabilità permanente. Giovani sì, ma innocenti no. Qui non stiamo parlando di un ragazzo che ha rubato un motorino o fatto una bravata. Parliamo di un uomo giudicato reo di traffico di esseri umani e ritenuto responsabile della morte per asfissia di 49 persone. Quarantanove.