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A questa edizione della Coppa d’Africa maschile di calcio, che è iniziata il 21 dicembre in Marocco, 14 squadre su 24 hanno un allenatore africano. È un numero in linea con l’edizione di due anni fa, ma segno di un cambiamento in corso ormai da qualche anno. Nella Coppa d’Africa del 2015 su 16 squadre (allora il torneo era più piccolo) solo 3 avevano allenatori africani. Il cambiamento si è visto anche alle recente qualificazioni ai Mondiali del 2026: delle nove nazionali africane che giocheranno il torneo, solo due (Algeria e Sudafrica) non hanno al momento un allenatore africano.

In passato, fino a circa quindici anni fa, l’ingaggio di allenatori non africani era frequente soprattutto tra le nazionali che puntavano ai Mondiali. E in molti casi si trattava di allenatori dell’Europa dell’Est, una conseguenza sportiva del sostegno politico che i paesi socialisti diedero a quelli africani nell’epoca post-coloniale, e dei conseguenti legami – anche sportivi – tra quei paesi e molti paesi africani.

Uno dei casi più esemplificativi è quello dell’allenatore jugoslavo Blagoja Vidinić, che nel 1970 portò il Marocco alla prima qualificazione ai Mondiali della sua storia, e che nel 1974 fece la stessa cosa da allenatore dello Zaire, il nome con cui era conosciuta all’epoca la Repubblica Democratica del Congo. Dagli anni Novanta l’influenza dei tecnici dell’est Europa è venuta meno e le federazioni africane hanno iniziato a rivolgersi a paesi come Francia, Belgio e Germania. Per esempio, dal 2010 a oggi il tedesco Gernot Rohr ha allenato Gabon, Niger, Burkina Faso, Nigeria e Benin; mentre l’italo-canadese Stefano Cusin allena le Comore, dopo aver allenato il Sud Sudan.