Come ogni anno, anche in questo tiepido e piovoso dicembre il centro storico di Napoli è quasi off limits. Per i vicoli è pressoché impossibile passeggiare e, come ogni anno, circolano sui social le foto di via San Gregorio Armeno – la via dei presepi – piena di persone, con i turisti che avanzano a fatica, compressi tra bancarelle di pastorelli, busti di Maradona e una serie di personaggi improbabili. Tutti rigorosamente hanno lo smartphone tra le mani, alzate, per scattare la foto ricordo. O semplicemente per scattare quella foto da mandare a parenti e amici via chat e che nel giro di poche ore avremo cancellato dalla nostra memoria.Queste scene non hanno più nulla di originale. Napoli è forse l’ultima e più grande città europea travolta dall'overtourism con effetti simili a quelli visti a Venezia o Barcellona, in un’area urbana che non è stata pensata per reggere questi numeri, dove si riapre puntualmente il dibattito sul modello di sviluppo (o presunto tale) che il turismo di massa porta con sé.La disneyfication della via dei presepiCi ha pensato il britannico Telegraph a descrivere, qualche settimana fa, via dei Tribunali come un corridoio quasi impraticabile tra “negozi di souvenir, pizzerie e bar”, con i visitatori che camminano con in mano il celebre spritz a un euro in bicchiere di plastica, innumerevoli lavoratori improvvisati che provano a venderti ciò che i turisti bramano: l’autenticità napoletana, o almeno il suo simulacro. Mentre i residenti del centro che ancora resistono vivono una crisi d'identità oltre che logistica.Anna Fava, filologa dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” e attivista, l'ha definisce “disneyfication”. Nel centro antico sarebbe in corso un processo che ha trasformato la città in una sorta di parco giochi, dove vige un’imprenditoria disordinata. Fava porta l’esempio dei Quartieri Spagnoli e del “culto” posticcio di Maradona. Nel frattempo ci sono residenti di lunga data che raccontano di sentirsi ormai stranieri a casa loro, impossibilitati a uscire dai portoni. Altri hanno sollevato una questione più concreta: in caso di emergenza, un’ambulanza non riuscirebbe a passare.Stiamo parlando del cosiddetto overtourism e dei suoi paradossi, il turismo eccessivo, di massa, che ha fatto risalire la città dallo stigma degli anni Zero, delle montagne di spazzatura e degli crimini pressoché quotidiani a Scampia, portando benefici economici sì, ma rendendo quasi impossibile la vita di chi questi luoghi li abita ogni giorno.Nell’estate del 2024 il Comune di Napoli ha presentato i primi dati del nuovo Osservatorio sul turismo urbano, nato per monitorare flussi e comportamenti dei visitatori occasionali. Secondo l’amministrazione, il fenomeno sarebbe “gestibile”: più soggiorni medi, destagionalizzazione riuscita e un impatto complessivamente positivo sulla qualità della vita. Per questo, sostengono sindaco e assessori, parlare di overtourism sarebbe fuorviante.I dati, però, sono stati raccolti in modo discutibile. Il sondaggio sul “sentiment” dei residenti, per esempio, non distingue tra proprietari e affittuari, né tra quartieri diversi: un limite importante in una città dove i quasi 10mila annunci su Airbnb sono concentrati soprattutto nel centro, spesso si riferiscono a interi appartamenti sottratti all’uso abitativo, pesando quindi soprattutto su chi è costretto a vivere in affitto. E non sugli abitanti dei quartieri collinari o di Posillipo. Dall'altra parte, un sondaggio Ipsos ha rilevato che il 46% dei napoletani considera l’overtourism un problema, mentre il 58% chiede regole più severe.Il Comune ha provato a intervenire con misure tampone pensate per evitare assembramenti rischiosi, come rendere più complicata la procedura per aprire un annuncio su Airbnb o Booking, o il senso unico pedonale alternato a San Gregorio Armeno. E qualcuno ha persino proposto un ticket di 5 euro per accedere ai Decumani, sulla falsariga di quanto avviene a Venezia.Napoletani divisi tra stress e sviluppoMa bisogna registrare anche una frattura interna: non tutti vogliono mettere un freno a tutto questo. Il proprietario di un bar di Materdei ha affermato a Wired che “i turisti prima qui non mettevano piede; oggi sono i clienti migliori perché educati e lasciano la mancia”. Molti giovani adulti rimasti in città o tornati dall’estero, se in pubblico protestano contro lo sfruttamento, nel privato sono contenti di poter mettere a frutto la casa di nonna e restare a Napoli ancora un po’.La questione non è se Napoli debba essere turistica (lo è sempre stata), ma quanto turismo può sostenere senza sprofondare in un modello economico nocivo, che allontana ogni spontaneità, con ristoranti che tentano di ricreare artificialmente un’atmosfera tradizionale, mentre sfrecciano ovunque laureati sui motorini alle prese con le app di delivery. Un sociologo, Francesco Calicchia, lo dice senza mezzi termini: “Il centro storico non è più un quartiere, ma un centro commerciale a cielo aperto”.A rendere più acceso il dibattito resta la questione del lavoro. Secondo alcuni collettivi cittadini, come gli attivisti dell’ex Opg Je so’ pazzo, i profitti del boom turistico non si distribuiscono in modo equo. Camerieri, commessi e lavoratori del settore continuano spesso a essere pagati poco, mentre il costo della vita aumenta. “Questa non è crescita”, scrivono, “ma una città messa all’asta, pezzo per pezzo, mentre chi la tiene viva è costretto a lavorare in condizioni indecenti”.Il brand dell'anarchiaVia San Gregorio Armeno, che da secoli è uno dei simboli della Napoli artigiana e popolare, è diventata il simbolo di questa tensione. Ma non è sempre stato così. Pasquale Belfiore, architetto e docente, ci dice al telefono: “Abito al centro storico dai primi anni Ottanta. Ricordo San Gregorio Armeno come ‘area depressa’ che si animava per non più di un paio di settimane a Natale. Il carico attuale, cominciato nel secondo decennio del Ventunesimo secolo, è una novità statistica del tutto inedita”.Nonostante gli interventi di rigenerazione del centro storico napoletano avvenuti nei primi anni Novanta, in coincidenza col mitologico G7 del 1994 (Memorabile Bill Clinton che addenta una pizza, un gesto che racchiudeva tutte le speranze della globalizzazione dell’epoca), uno dei tratti più valorizzati nel racconto dell’esplosione turistica recente è stato proprio quello di una Napoli anarchica, disordinata e indomabile. Già dai primi tempi dell’amministrazione guidata dal sindaco Luigi De Magistris, sui social comparivano spesso foto di strade stracolme di persone, tra gli scugnizzi che si lanciavano dal lungomare e l’ammuina del centro storico.All’inizio era una reazione comprensibile, dopo gli anni del declino, della crisi dei rifiuti, del centro vuoto e malinconico, ma col tempo si è trasformata in una retorica stucchevole, con cui le amministrazioni hanno rivendicato una crescita dovuta anche a fattori fragili e in parte indipendenti dalle loro scelte, come gli attentati terroristici in Europa e le tariffe delle compagnie aeree low cost parecchio convenienti.E quelle immagini, alla lunga, hanno finito per restituire più un senso di soffocamento che di apertura.