Ha ragione Maurizio Landini. La norma inserita nella manovra (e poi stralciata) che proteggeva le aziende dagli effetti delle cause di lavoro sui salari troppo bassi è sbagliata. Ma non per quello che dice il leader della Cgil. Bensì perché non inchioda le sigle alle loro responsabilità. La materia è complessa. Cerchiamo di semplificare: la legge stabiliva che se un giudice condanna un’impresa per uno stipendio ritenuto sotto la soglia dignitosa prevista dall’articolo 36 della Costituzione non avrebbe dovuto pagare anche gli arretrati, cosa che è invece puntualmente successa in tutti i contenziosi degli ultimi decenni, nel caso la paga sia quella stabilita da un Contratto collettivo nazionale (CCNL). Versione di sinistra e sindacato rosso: via libera allo sfruttamento dei lavoratori, Carta calpestata e contratti pirata sdoganati.

È davvero così? In realtà ci sono un po’ di cose che non funzionano. La prima riguarda le imprese. Nel momento in cui un’azienda adotta un CCNL regolarmente registrato al Cnel e quindi valido a tutto gli effetti, perché mai dovrebbe pagare di tasca propria nel momento in cui un lavoratore ritiene che la sua paga sia troppo bassa e un Tribunale gli dà ragione? Delle due l’una o aboliamo la contrattazione nazionale o decidiamo che tutti gli accordi debbano passare da un vaglio di legittimità delle toghe. Così i magistrati dopo aver deciso le politiche sull’immigrazione, quelle sulle grandi opere, quelle sullo sviluppo urbano delle grandi città e financo quelle sull’educazione dei figli, potranno finalmente mettere becco anche sui nostri stipendi.