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Anche se si sente dire che i ragazzini di oggi siano più svegli di quanto fossimo noi, è possibile che il difficile percorso di transizione possa essere deciso in età pre-puberale, quando l'identità sessuale non è ancora definita?

Grazie a Dio non faccio parte della gen Z. I motivi del mio sollievo sono molteplici, ma oggi, dopo la rettifica da parte del tribunale di la Spezia dell'atto di nascita di una ragazzina di 13 anni per consentire la riattribuzione del sesso anagrafico da femmina a maschio, il senso di scampato pericolo si colora anche di una sorta di oscuro malessere. Se le cose sono state fatte come si deve, e cioè se la bambina che si sentiva un bambino ha intrapreso un percorso sotto la valutazione di un neuropsichiatra, il trattamento dev'essere iniziato almeno qualche anno fa. E anche se si sente dire che i ragazzini di oggi siano più svegli di quanto fossimo noi, è possibile che il difficile percorso di transizione possa essere deciso in età pre-puberale, quando l'identità sessuale non è ancora definita? Pare che la bambina fin da molto piccola manifestasse un disagio rispetto al genere attribuito, fino a rifiutare il nome da femmina. E poi, di cos'altro si sarà lamentata? Dei vestiti rosa, delle bambole, dei cerchietti. Beh, anch'io ero così, a quei tempi ci chiamavano "maschiacci" e le nonne scuotendo la testa ci dicevano di sederci composte e non a gambe larghe. Non ci piaceva giocare alle mamme e nel caso facevamo i "mariti", le gonne ci erano odiose così come i capelli legati. Ma nessuno si preoccupava del "disagio". Quando siamo cresciute qualcuna di noi è rimasta un maschiaccio, altre no, e anche se con fatica e sofferenza abbiamo comunque avuto la possibilità di scegliere, senza che qualcun altro lo facesse per noi. I solerti, genitori che di fronte al "malessere" hanno deciso di avviare un tempestivo percorso psicoterapico congiuntamente a dosi massicce di triptorelina hanno forse solo anticipato quello che la bambina avrebbe deciso di fare da grande. Forse.