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Ultimo aggiornamento: 15:52
di Francesca Carone*
In un micromondo educativo, nel cuore del nord-est, capita durante i colloqui del primo quadrimestre, in una scuola primaria, che le maestre siano letteralmente rapite dal racconto del papà di Nikolai: il nuovo arrivato nella classe quarta, un ragazzino ucraino dai profondi occhi blu che illuminano come due fari l’oro dei suoi capelli. Nikolai (il nome è inventato) è arrivato da qualche settimana. I genitori lo hanno accompagnato davanti al cancello: il papà, un uomo di alta statura, si è avvicinato alla maestra piegandosi con estrema eleganza e delicatezza, comunicandole qualcosa con un italiano traballante. Il tempo strettamente necessario tra lo squillo della campanella e l’ingresso in aula.
Nikolai si accoda alla fila. Si entra in classe. Il bambino è un po’ sulle sue: osserva i nuovi compagni con coraggiosa curiosità. La maestra lo presenta alla classe: ognuno riferisce il proprio nome come da copione. Il giro di nomi si ripete due volte. Nikolai è seduto al primo banco: la maestra inizia la lezione con lo svolgimento del tema: “Il nuovo compagno di scuola”.






