Il sindaco Stefano Lo Russo aveva avviato un percorso per far entrare Askatasuna nella legalità. Si chiamava “Bene Comune”, progetto fuori dalla realtà fin dal nome, giacché l’amministrazione comunale e gli antagonisti del centro sociale non condividevano l’obiettivo. Per il primo era normalizzare l’immobile di corso Regina Margherita e consolidare il consenso presso l’associazionismo incolpevole che gli ruota intorno. Per i secondi era guadagnare tempo, perpetuare una situazione criminogena che gli consentiva di finanziare attività eversive, assalti a stazioni e commissariati e fare proselitismo. Il tribunale di Torino aveva dato anche una spinta al progetto, mandando assolti dal reato di associazione a delinquere dieci dei ventotto esponenti del centro sociale incriminati e condannando gli altri diciotto per reati minori come resistenza a pubblico ufficiale, violenza e danneggiamenti.

Le intenzioni saranno state buone, ma sono i leader del centro sociale a non esserlo. Da che è stato siglato il patto Bene Comune con il municipio, gli estremisti di Aska hanno seminato violenza in città più volte, mischiando la lotta no-Tav a quella pro-Pal e trovandosi spesso come compagni di scorribande i giovani extracomunitari delle periferie, altro grave problema di ordine pubblico del capoluogo piemontese.