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Quando il 21 dicembre di cento anni fa uscì al cinema La corazzata Potëmkin, Sergej Michajlovič Ėjzenštejn era ancora un regista ventisettenne e quasi sconosciuto. Aveva diretto un solo lungometraggio, Sciopero!, incentrato sulla storia di un operaio che veniva ingiustamente accusato di furto dai suoi datori di lavoro; e non poteva sapere che il suo secondo film sarebbe diventato uno dei più importanti della storia del cinema, forma d’arte che esisteva da appena una trentina d’anni.

Nell’immaginario collettivo italiano La corazzata Potëmkin ha una fama tutta sua: è percepita come un film lento, noioso e ostico, principalmente per quella celebre battuta in cui Fantozzi la definisce «una cagata pazzesca!» durante un evento aziendale. In realtà è l’esatto contrario: un film esaltante, ricco di tensione e colpi di scena e, considerando i limiti tecnici della produzione audiovisiva dell’epoca, sorprendentemente dinamico nel ritmo.

Gran parte del merito è delle innovative tecniche utilizzate da Ėjzenštejn, che mise in successione una serie di immagini stranianti, metaforiche e memorabili, stabilendo nuovi criteri di montaggio che sarebbero stati ripresi, copiati e omaggiati per molti anni.