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Nel mirino lo sportwashing saudita e la scelta di snaturare se stessi e i giocatori modificando i nomi a fronte di ingenti capitali. Sardone: "A tutto dovrebbe esserci un limite"
Nella serata di ieri è andata in onda la prima semifinale della Supercoppa italiana che, come ormai accade da qualche tempo, si gioca in Arabia Saudita. Già questo è oggetto di polemica da parte di chi contesta la scelta di portare all'estero un torneo nazionale, togliendolo di fatto alla fruibilità dei tifosi, per offrirlo a un Paese che per altro è nel mirino per questioni politiche importanti. Ovviamente, la scelta di giocare in Arabia Saudita si lega a un ingente versamento di denaro delle casse dell'organizzazione del torneo, ma anche delle squadre, sempre a caccia di capitali. Ma sul piano etico, questa decisione presenta numerosi punti critici.
Prima di tutto, l'Arabia Saudita non è un Paese noto per essere liberale, soprattutto nei confronti delle donne e la dimostrazione è stata palese quando sono apparse le donne velate con la coppa. Questa presenza femminile, accuratamente coreografata e "velata", diventa lo specchio di una modernizzazione di facciata. Se da un lato il regime saudita cerca di proiettare un'immagine di apertura attraverso lo sport, dall'altro la realtà dei fatti parla di una libertà ancora pesantemente vigilata e legata a diktat religiosi. Vedere quelle donne sul terreno di gioco, confinate in un ruolo puramente estetico e simbolico, non è un segno di progresso, ma la conferma che il calcio italiano ha accettato di adattarsi a codici culturali e politici che nulla hanno a che fare con i valori di uguaglianza che vengono però promossi negli stadi italiani.






