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Ultimo aggiornamento: 8:55
“Se gli Stati Uniti ci toccano sarete i primi a morire”. In pieno assedio militare Usa – con il blocco totale delle petroliere e il governo di Nicolás Maduro definito organizzazione terroristica da Donald Trump – gli agenti del Dgcim, il Controspionaggio militare venezuelano, hanno radunato i detenuti de El Rodeo I nel cortile del maxi carcere, compresi gli stranieri per minacciarli di morte in caso di attacco militare Usa contro il Paese sudamericano. “Non illudetevi di farla franca, perché nessuno verrà a salvarvi. Di voi ci occuperemo personalmente”, hanno ribadito gli agenti del Dgcim, l’agenzia di Intelligence che gestisce il penitenziario del Distretto federale e il cui direttore di Affari speciali, Alexander Gramko, permane sotto sanzioni Usa e Ue a causa del suo coinvolgimento in “episodi di tortura” e “crimini di lesa umanità” contro la popolazione civile. La denuncia è giunta a Ilfattoquotidiano.it da alcuni familiari dei detenuti ne El Rodeo I, che hanno chiesto l’anonimato per evitare rappresaglie da parte delle Forze dell’ordine.
In seguito le minacce contro i detenuti sono state confermate dalla legale venezuelana in esilio Tamara Suju, la quale ha riferito a Ilfattoquotidiano.it: “La minaccia è stata rivolta a prigionieri locali e stranieri. Si tratta anche un messaggio rivolto agli Stati, soprattutto occidentali, che hanno dei connazionali detenuti al Rodeo I, affinché trattino con il governo venezuelano per riportare a casa i loro ostaggi. Del resto la condizione dei prigionieri a El Rodeo I è fatiscente e disumana e la loro detenzione viene usata come strumento di ricatto nei confronti di familiari, istituzioni e Paesi terzi, nel caso dei detenuti stranieri”. Mentre parliamo l’avvocata Suju conclude alcune pratiche relative all’ampiamento di una misura cautelare concessa dalla Commissione interamericana per i diritti umani per il detenuto Henry Castillo a beneficio delle sue nipoti, Samantha e Arantza Hernández, 16 e 19 anni, prese in ostaggio e in sparizione forzata. Il motivo: “Il loro fratello, soldato, non ha voluto impugnare le armi contro un gruppo di manifestanti. E se la sono presa con i familiari”. Pensiamo ad Alberto Trentini, che non ha fatto niente ma è detenuto nel penitenziario, e cerchiamo rassicurazioni sul trattamento agli stranieri, ma non vi sono garanzie: “Che vantaggio può avere in una cella 2×2, inserita in uno dei centri di tortura più grandi dell’America Latina? Spesso le famiglie non sanno che i loro figli o genitori si trovino lì e, una volta venuti a conoscenza, non possono neppure incontrarli”.







