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Quando un professore ordinario lascia l'università in anticipo, la notizia preoccupa un po'. Se poi a farlo è un italianista come Enrico Testa studioso sobrio, poeta appartato, poco incline alle pose e alle invettive la faccenda diventa sintomatica. Non un capriccio, non una fuga romantica, ma una constatazione affidata a un'intervista rilasciata a Giuliano Galletta del Secolo XIX: "Mi sento postumo a questa università". Naturalmente non è un'allusione all'età anagrafica, ma uno scarto di senso: l'università è andata avanti ma ha imboccato la direzione sbagliata.

La domanda, allora, è semplice e scomoda: l'università fa ancora il suo dovere?

Se per dovere intendiamo produrre moduli, tabelle, report, indicatori, ranking, allora sì: l'università è in piena salute. Se invece il dovere è fare ricerca vera, insegnare seriamente, trasmettere sapere critico, allora la risposta si complica. Ed è proprio qui che l'esperienza di Testa diventa esemplare, perché non parla da nostalgico né da polemista di professione. Dice, con una chiarezza quasi imbarazzante, ciò che quasi tutti pensano e pochi scrivono, almeno nelle facoltà umanistiche. L'uscita, clamorosa, è stata accolta dal tipico silenzio che accoglie la schiettezza (con l'eccezione di Paolo Di Stefano sul Corriere della sera). Sui social network qualcuno si è preso la briga di commentare senza andare troppo lontano da "io l'avevo detto". Ma a chi? Boh.