VENEZIA - Non solo di nome ma anche di fatto, la “mala del Tronchetto” è stata una mafia, ne ha usato i metodi, ne aveva le ambizioni, ne esprimeva la forza. La prima sezione penale della corte d’appello di Venezia, presieduta da Vittorio Pilla, ieri ha stravolto la sentenza di primo grado che nel luglio dello scorso anno aveva escluso l’aggravante dell’associazione mafiosa, sposando quindi la tesi del pubblico ministero Giovanni Zorzi e allineandosi alla pronuncia arrivata per gli imputati che avevano scelto il rito abbreviato, visto che già in quella sede era stata cristallizzata l’accusa aggravata dal pesantissimo 416 bis.

Nel 2020 erano stati indagati in 60, a vario titolo accusati di aver dato vita a una banda criminale che, mettendo assieme nuove leve e storici veterani del gruppo di Felice Maniero, puntava proprio a raccogliere il testimone della Mala del Brenta e, sul piano pratico, a controllare il trasporto turistico privato in laguna - quello che a Venezia fa base sull’isola del Tronchetto, appunto. Mire precise, che risalivano proprio agli anni d’oro di “Felicetto”, quando Gilberto Boatto e i suoi “mestrini” rilevarono il racket dei lancioni dopo l’omicidio dei fratelli Rizzi; e infatti, al vertice della nuova mala, c’era proprio il boss dei mestrini, affiancato dal giovane e spregiudicato Loris Trabujo, imprenditore del settore deciso a farsi strada con ogni mezzo. Ieri in aula bunker, a Mestre, si discutevano 31 posizioni, compresa quella dello stesso Boatto.