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La “fase due” del piano di Donald Trump per la Striscia di Gaza prevede il disarmo di Hamas, ma al momento non è chiaro chi dovrebbe metterlo in atto, con quali tempistiche e nemmeno cosa si intenda precisamente per “disarmo”.
La fase due del piano è quella che dovrebbe decidere chi governerà la Striscia di Gaza dopo la fine della guerra. Oltre al disarmo di Hamas, prevede il ritiro completo di Israele dalla Striscia (l’esercito continua a occuparne più della metà) e la formazione di un governo tecnico palestinese, supervisionato da un Consiglio di Pace e sostenuto da una forza militare internazionale, chiamata Forza di stabilizzazione (ISF, dal suo acronimo inglese). I negoziati sono in corso da settimane, ma senza grossi sviluppi.
Il primo problema è che difficilmente Hamas accetterà il disarmo. Il gruppo ha fatto della forza militare l’elemento centrale del proprio potere. Lo si è visto anche negli ultimi due mesi quando, dopo il ritiro parziale di Israele dalla Striscia di Gaza, i miliziani ne hanno rapidamente recuperato il controllo militare, eliminando i propri rivali interni.
Secondo stime recenti, nonostante due anni di guerra e di devastanti bombardamenti dell’esercito israeliano, Hamas ha ancora circa 20mila miliziani, e la metà dei tunnel sotterranei che usano per nascondersi e combattere sarebbe ancora intatta. Molti leader del gruppo si chiedono perché, dopo aver resistito a Israele per due anni, dovrebbero abbandonare volontariamente la propria considerevole forza residua. Per esempio il capo politico di Hamas, Khalil al Hayya, ha detto negli scorsi giorni che continua a ritenere la lotta armata «un diritto legittimo» (al Hayya vive fuori dalla Striscia, come gran parte della leadership politica del gruppo).






