La Tobin Tax, pronta al raddoppio con la legge di Bilancio per il 2026, porterà un po’ di gettito che andrà a compensare la riduzione delle misure sulla Pex. Ma favorisce la quotazione nei listini italiani? Pare proprio di no. Di questo è convinto Giovanni Daprà, co-founder e ceo di Moneyfarm, piattaforma digitale che si occupa di gestione del patrimonio a 360 gradi. E questo impatto negativo arriva alla fine del 2025, un anno in cui si è registrata una stagnazione delle Ipo. «Non vi sono state quest’anno nuove quotazioni nel segmento principale, ma soltanto operazioni riguardanti “micro cap” con capitalizzazioni molto ridotte (in media pari a circa 25 milioni) –spiega Daprà – Sebbene l’approdo in Borsa rappresenti una naturale evoluzione del modello di business per molte imprese, il mercato italiano soffre storicamente il confronto con piazze più forti, come quella di Londra». E proprio dall’osservatorio londinese Daprà guarda all’evoluzione del sistema Italia.

La proposta di aumentare le aliquote della Tobin Tax quali criticità solleva secondo lei?

La Tobin Tax finisce per colpire prevalentemente la liquidità “buona”, ossia quella che rende il mercato funzionante ed efficiente, più che la speculazione pura di breve termine, che può aggirare l’imposta attraverso strumenti alternativi o mercati esteri. Il risultato finale è una contrazione strutturale della liquidità, che penalizza in modo particolare le mid e small cap, già caratterizzate da volumi ridotti, e che rischia di compromettere l’obiettivo di rafforzare il mercato dei capitali come canale di finanziamento dell’economia reale.