Prudenza sugli asset russi, muro sull’ipotesi di inviare soldati in Ucraina. Anche se servissero per una forza multinazionale schierata come garanzia di sicurezza per Kiev, come propongono alcune cancellerie europee. In un parlamento di rado così gremito a un pugno di giorni dalla pausa natalizia, con più di un deputato affaccendato in Transatlantico tra pacchi regalo e panettoni infiocchettati, vanno in scena le comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo. Appuntamento che si annuncia denso, con l’Ucraina in cima alla lista degli argomenti dei Ventisette. E la – spinosa – questione degli asset russi congelati, che la Commissione propone di sfruttare per un prestito a Kiev. Ipotesi su cui la premier non chiude. Ma prima alla Camera, poi al Senato, pianta una serie di paletti che riassumono tutti i dubbi italiani sull’argomento.

Il primo suona come un altolà a Ursula von der Leyen: sui beni congelati decidono «i leader», non Bruxelles. E soprattutto bisogna essere sicuri di trovare una «soluzione sostenibile», operazione – avvisa Meloni – «tutt’altro che semplice». E così anche se Roma resta «aperta a ogni soluzione», il timore è quello di finire in un contenzioso legale col Cremlino da cui l’Ue potrebbe uscire sconfitta. Di qui il timore della premier: «Senza una base giuridica solida, regaleremmo a Putin la prima vittoria dall’inizio del conflitto».